Ieri e oggi, su molti giornali abbiamo letto una lettera particolare: la lettera di un trentenne che si è suicidato (potete trovarla qui). Adesso è facile pensare  quanto ci sia di quasi vero in quella lettera, è talmente facile che potremmo anche cadere nella trappola del “mizza, quasi quasi mi ha convinto”. Invece dobbiamo stare attenti.

A rigor di logica se un’affermazione è quasi vera significa che è falsa.

Purtroppo l’essere umano apprende anche per imitazione e non sono rari i casi in cui un suicidio eclatante motiva il suicidio di altri.

Per questo mi piacerebbe anche provocatoriamente discutere un attimo la lettera, perché a me dispiace sinceramente. Quasi tutti pensiamo ogni tanto le stesse cose ma comunque rimaniamo vivi.

Alla base di una depressione ci sono pensieri di perdite gravi ed irrecuperabili. Noi siamo tristi quando perdiamo qualcosa o pensiamo che la stiamo per perdere. Per approfondire leggi qui: è inutile ripeterlo. In ogni caso un depresso ad un certo punto potrebbe maturare l’idea che l’unica via d’uscita sia la morte perché tanto tutto è inutile.

L’errore comune che ognuno di noi potrebbe commettere è dire: “ si hai ragione, è così” perché tanto poi torniamo a casa.

Allora andiamo in ordine. Viene scritto:

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte”.

  • hai vissuto male per trent’anni? Impossibile. Probabilmente in questo momento, considerando che vivi un presente spiacevole, fai fatica a ricordare gli episodi positivi della tua vita. Ma sono sicuro, nel momento in cui rassicuri i tuoi genitori, che non ti sarebbe difficile ricordare momenti in cui sei stato bene insieme a loro”. I limiti di sopportazione sono soggettivi, vero, e si costruiscono attraverso il confronto sociale e le predisposizioni individuali.  Ma quando una cosa non è più sopportabile? Qualcuno per caso ti procurava dolore fisico? Non credo. Probabilmente  fai riferimento alla frustrazione. La frustrazione è quella sensazione di non poter soddisfare i propri bisogni a causa di impedimenti esterni. Ti sentivi così? Hai fatto molti errori e molti tentativi. Qui è facile identificarsi con te. Ognuno di noi pensa immediatamente a tutte le volte che ci ha provato e che non è riuscito. Ma quali tentativi hai fatto? Quanti? 3,5, 10, 100? Saperlo è importante. Forse il vero problema è che non abbiamo mai imparato a fallire senza sentirci falliti. Se hai fallito 5 volte, 5 volte non sono abbastanza. Io i miei fallimenti non li ho mai contati ma sono sicuramente di più. Se hai fallito 100 volte e sempre per lo stesso motivo, significa che non hai imparato abbastanza da quelle esperienze per cambiare almeno lo stile. Il fare del malessere un’arte neanche lo commento: sono sicuro che non sei ne James Dean ne Jim Morrison e vai tranquillo che neanche loro volevano morire.

Continua:

“Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile”.

  • Le domande non finiscono mai? E quindi? Il problema non sono le domande, guai se finissero. Il problema sono le risposte che non conosci. Ho capito che sei sfinito e mi dispiace. Fidati che comprendo benissimo il tuo dolore. Ho capito che il non riuscire a lavorare come ti piacerebbe ti stressa e ti esaurisce. Lo stress è uno stato di tensione emotiva che se non gestita adeguatamente e risolta nel migliore dei modi, alla lunga porta ad esaurimento. Ma hai mai pensato che quello che vuoi fare alle persone non interessa? Hai mai pensato che magari alle persone non piace come lo fai tu? Hai mai pensato che magari se sai farlo potresti essere apprezzato da qualche altra parte? In Olanda? In Australia? No, perché ti concentreresti sulle nuove perdite (famiglia, città, ….) piuttosto che sulle nuove conquiste. Sei Depresso, è normale.

Ora non esageriamo, la sensibilità è studiata e come. Tu cosa intendi per sensibilità? Come le persone percepiscono gli eventi e a che livello (gli eventi) devono presentarsi per essere significativi è studiato abbastanza. Tu cosa intendi? Mi vedo un film e piango o qualcos’altro? Perché la sensibilità non è altro che la capacità di misurare qualcosa nei suoi cambiamenti. Come un termometro  misura la temperatura che sale o scende è sensibile al grado,  ogni lavoro umano  prevede una specifica sensibilità. Tu di cosa ti accorgevi?

Cosa intendi per talento? Tu lo hai? Perché? Non è chiaro ma anche qui è facile identificarsi con te, perché queste righe sono pura retorica.

Il problema è che il mondo che hanno conosciuto i nostri genitori, non è il mondo che stiamo vivendo adesso. Neanche io lo vivo. Però fidati, il mondo che stiamo vivendo adesso non è neanche quello che hanno vissuto i nostri nonni e compagnia bella.  Il mondo dei nostri genitori in cui si pretendeva un lavoro con  facili riconoscimenti è durato anche troppo. Se oggi il nostro mondo è più “difficile” è anche perché i nostri genitori lo stavano distruggendo.  Oggi non possiamo pretendere niente. Forse è vero, ma io aggiungo forse è giusto.

Se tu pretendi qualcosa significa che c’è qualcuno che te la deve dare. E perché? Non ti seguo. Potresti essere più preciso?

Sarebbe più preciso eventualmente dire che il contesto attuale Italiano non ci facilita come vorremmo. Potrei pure essere d’accordo. Non dirlo a me che sono un siciliano. Però vai tranquillo, io ho imparato che se non riuscissi a “sopravvivere in Sicilia” me ne sarei già andato: come hanno fatto parecchi amici miei.

Noi siamo il risultato di tutto quello che abbiamo imparato ed io ho imparato che se non trovo lavoro in Sicilia me ne vado.

Questa è la differenza tra un Ottimista ed un Pessimista Depresso.

Un Pessimista crede che le cose saranno sempre uno schifo e che dappertutto è una merda…ma che soprattutto lui non potrà fare niente per cambiare le cose. I pessimisti alla lunga si deprimono ed  effetto principale di questo atteggiamento è l’isolamento. Chi vuole stare accanto ad uno così?

Quello che fa stare male la gente sono le pretese assolute. Non funziona. Rispondimi, facciamo finta che su questo mondo ci siamo io e tu?

  • Pretenderesti un lavoro da me?
  • Pretenderesti stima a prescindere da quello che fai per me?
  • Pretenderesti che io ti ami?

Non credo. Il modo in cui gli altri si comportano con noi, dipende in grandissima parte da come noi ci comportiamo con gli altri: menomale. Altrimenti gli altri non sarebbero persone ma macchine.

Continui:

“A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione”.

  • Qui esprimi il classico pensiero catastrofico. Ogni depresso immagina catastrofi e quasi quasi le spera. Il mondo non è mai stato migliore. Certo, qualche casino lo stiamo vivendo: surriscaldamento, corruzione, sovrappopolazione, ma come umanità ci stiamo lavorando. Già che lo sappiamo è qualcosa. 50 anni fa credevamo che le sigarette facevano bene e la salvezza delle nazioni era fare figli. Oggi solo gli ignoranti dicono ancora queste cose.  Non è questo il mondo che ti dovevano consegnare? Sai qual è il problema dei depressi? Che sanno quello che non vogliono ma raramente sanno quello che vorrebbero. Tu dove volevi nascere? Quando? Cosa volevi trovare? Considera che  sei nato al nord, e già penso che rispetto a me sei stato avvantaggiato. Come un tunisino vorrebbe essere Siciliano. Ognuno ha i suoi standard ed i suoi riferimenti, e qui nascono i disagi. Perché rispetto ai tuoi amici avevi di meno? Cos’è il massimo? Qual è stato il tuo minimo?

e ancora…

“Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento”.

  • Eccola la stucchevolezza che doveva arrivare. Le frasi perfette per rovinare la vita degli altri. Facendole arrabbiare: “questa cosa non doveva succedere e qualcuno la pagherà”, potrebbero pensare i genitori (RABBIA); oppure: “sono stato un pessimo genitore” (senso di colpa e depressione); oppure “ mio figlio si è suicidato adesso gli altri penseranno che non siamo degni” (VERGOGNA), l’Italia fa schifo (commiserazione). Alla fine inneggia quasi al martirio. Peccato che morire per qualcosa significa che quel qualcosa si è provato almeno a cambiarlo.
  • Comunque, ci siamo già detti abbastanza, mi dispiace non poterne parlare ma sono sicuro che con qualcuno avresti potuto farlo. Spero che qualcuno non pensi che la tua è stata una soluzione ragionevole, coraggiosa ed ammirabile.

Ma lo sai quante cose avresti potuto fare? Un casino. Anche estreme e probabilmente più utili. Non posso scriverle qui pubblicamente e soprattutto non conosco le tue risorse: cognitive, fisiche, economiche, sociali, ….

Quando si dice che ogni decisione prevede un ragionamento su esiti, probabilità ed aspettative non mi dire che non c’erano alternative a quello che hai fatto: non credo che potrai accorgerti che la vita che avevi era l’unica che potevi vivere.

Naturalmente per chiarire le cose, prima di farmi attaccare con facili moralismi preciso subito una cosa. Scusami se ho approfittato di te, perché anche io mi sono un po’ identificato e ogni azione ha anche delle motivazioni implicite: quelle che teniamo per noi.

Magari tu hai scritto questa lettera per avere una postuma ed apparente rivincita ed i giornali la pubblicano per fare visualizzazioni. Anche io ti ho risposto per evitare che qualcun altro cada in questa trappola e se vuole mi può telefonare.

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