Quando non riesco a fare bene lo psicologo?

Stavolta ti racconto cosa significa fare lo psicologo e perché non è così facile come sembra.

Devo farti però questa premessa:

Ogni lavoro ha le proprie criticità e stavolta vorrei parlarti un po’ delle difficoltà che incontro nel mio.

Ognuno di noi ogni tanto ha difficoltà a raggiungere i risultati che prevede di raggiungere: o non può proprio o necessità di più tempo.

Le criticità che si riscontrano in tutti i lavori si possono sintetizzare in una.

Ognuno di noi ha difficoltà a fare il proprio lavoro quando il nostro cliente sottovaluta l’importanza del nostro supporto.

Questa cosa può anche avvenire ragionevolmente:

  • ognuno di noi potrebbe non servire davvero a soddisfare il bisogno della persona che si rivolge a noi;

Ma può avvenire anche irragionevolmente:

  • quando la persona non riconosce o sottovaluta il contributo che possiamo fornire.

Ognuno di noi inoltre, può incontrare dei lavoratori volontariamente o involontariamente e da questa prima cosa dipende la facilità con la quale chi ha intenzione di fare qualcosa potrà farla.

Ad esempio nessuno vorrebbe farsi arrestare quindi sicuramente se dovessero arrestarci chi sta lavorando per farlo si beccherà la nostra resistenza se non fisica quantomeno psicologica.

Praticamente siamo:

  • Clienti, quando ci rivolgiamo a qualcuno perché comprendiamo la necessità di aver bisogno di una soluzione esterna e ci affidiamo a quel qualcuno;
  • Utenti , quando ci rivolgiamo a qualcuno, perché un’autorità più o meno riconosciuta ci obbliga a qualcosa per la quale non ne riconosciamo automaticamente la validità..

Un cliente sceglie quello che lo soddisfa di più, un utente non sceglie ma si accolla quello che qualcun altro ha previsto per lui. Per questo se entriamo in negozio siamo clienti e se entriamo al comune per la carta d’identità siamo utenti.

STUDENTI E PAZIENTI SONO UTENTI O CLIENTI SPECIALI NELL’INTERESSE INDIVIDUALE E SOCIALE RECIPROCO.

Nel mio lavoro incontro diverse persone che si rivolgono a me per i più svariati motivi.

Per le ragioni descritte sopra posso ricevere: clienti, utenti, pazienti e certe volte anche studenti.

Quali sono quindi le criticità che incontro?

Ho provato a descriverle circoscrivendole su alcune variabili che facilitano o ostacolano la mia prestazione ed i risultati attesi.

Queste variabili sono: la consapevolezza, l’autonomia e la motivazione.

Cosa sono la motivazione, l’autonomia e la consapevolezza?

La finalità che ogni psicologo persegue, a prescindere da tutto è il cambiamento comportamentale della persona attraverso la relazione.

Attraverso la relazione si lavora:

  • sulla consapevolezza dello stato di bisogno e del contesto della persona che ci siede davanti;
  • Sull’autonomia della persona che ci sta davanti; affinché la stessa possa sviluppare e rafforzare le proprie abilità per risolvere i propri problemi, i propri bisogni ed i propri desideri;
  • sulla motivazione affinché la persona destini al perseguimento dei risultati attesi e condivisi maggiore energia.

Non sempre queste cose vanno per il meglio.

Il processo di cambiamento praticamente va per il meglio quando la persona ad un certo punto pensa: so cosa mi serve, lo voglio davvero e posso farlo.

Queste tre cose purtroppo ogni tanto non si allineano e più raramente non si presentano proprio.

La motivazione è sicuramente molto forte quando il cliente si rivolge privatamente allo psicologo. In questo caso non solo la relazione diventa un vero e proprio investimento economico ma anche un investimento energetico.

Quando la motivazione personale è forte allora è facile favorire e promuovere nuovi livelli di consapevolezza e… se l’autonomia individuale è adeguata allora è facile cambiare, stare meglio e raggiungere una migliore qualità della vita.

Se l’autonomia personale invece è bassa o compromessa in una area della nostra vita specifica allora, anche se particolarmente motivati e consapevoli, bisogna fare un lavoro molto più complesso per sviluppare l’autonomia personale.

È facile, soprattutto per chi è nel settore, progettare e attivare interventi per l’autonoma primaria, non è altrettanto facile invece programmare e attivare interventi per altri tipi di autonomia.

L’autonomia primaria è la capacità di saper badare a sé stessi nei più elementari compiti della vita quotidiana: tipo lavarsi e vestirsi.

La nostra autonomia non primaria invece riguarda cose più complesse che vanno dalla padronanza del linguaggio per esprimere e descrivere bisogni complessi e situazioni complesse, alla capacità di saper trovare un lavoro, tenere in piedi una casa e una famiglia, saper avere del tempo libero per divertirci e costruire relazioni sociali.

Considerate che se non siamo autonomi allora siamo DIPENDENTI. Ogni volta che non sappiamo fare da soli una cosa, allora qualcuno deve farla per noi. Per non parlare di quando livelli di autonomia personali bassi possono determinare stati di ansia patologici e causare esclusione ed isolamento sociale.

Non sappiamo farci amici? Avremo gli amici di qualcun altro. Non sappiamo trovarci un lavoro? Crediamo che la raccomandazione sia fondamentale. Non sappiamo crescere i nostri figli? Prima o poi li perderemo.

Ma anche questo tipo di cambiamento se la motivazione è solida e la consapevolezza di sé e del contesto è alta, allora col giusto tempo il cambiamento arriva.

L’importante è sapere che per migliorare i nostri livelli di autonomia è necessario IMPEGNO! E che quindi bisogna fare cose attivamente.

Diversa invece è la situazione in cui la motivazione è bassa. E nella maggior parte dei casi in cui si è utenti la motivazione sarà bassa, fidatevi. In questi casi la maggior parte delle persone pensa di star perdendo tempo, anche perché ognuno di noi, ha imparato che rivolgersi alla pubblica amministrazione equivale a perdere tempo.

In questo caso prima di tutto bisogna lavorare sulla motivazione per raggiungere adeguati livelli di consapevolezza. E solo dopo si può discutere del potenziamento della propria autonomia.

Il problema è che motivazione e consapevolezza vanno forse di pari passo.

Se sono consapevole allora trovo nuove motivazione, o se sono motivato allora divento consapevole?

Dimmelo tu perché per me non è così banale rispondere a questa domanda.

Comunque, sta di fatto che molto spesso gli interventi di carattere psicologico istituzionalizzati non funzionano proprio perché le persone non sono consapevoli del supporto che possono ricevere e non sono motivate ad ottenerlo.

Ad esempio, immagina di doverti rivolgere ad uno psicologo perché te l’ha detto un giudice. Secondo te, andandoci che approccio avrai?

Oppure immagina di andare dallo psicologo perché ti obbliga tua moglie che ti dice che se non ci vai, lei chiede il divorzio.

Ecco, lo stesso problema si può avere negli interventi psicosociali utili a favorire l’integrazione sociale o il reinserimento lavorativo, dove la prima cosa da fare e comprendere la motivazione reale dell’utente ed il suo livello di consapevolezza del problema e della potenziale soluzione.

In questo caso il lavoro sull’autonomia arriva solo dopo aver ottenuto un’adeguata motivazione e un buon livello di consapevolezza di sé e del contesto.

Per questo ormai sono convinto che un intervento psicologico complesso non possa più permettersi di trascurare l’integrazione tra le principali macro discipline psicologiche: la psicologia clinica, la psicologia sociale e la psicologia del lavoro.

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