Integrarsi socialmente (parte 3). Come sono le persone che hanno più possibilità? Vale per tutti. Per me, per te e per i bengalesi.

Ragà, lo so, è un papello. Ma sta parte andava per forza tutta insieme. Appena ti abbutta smetti e poi se ti va riprendi. Solo un favore, se pensi sia utile quello che leggi e riconosci il mio impegno, magari mi metti un mi piace alla pagina facebook qui :) Grazie.

Quali sono i fattori facilitanti ed ostacolanti nella persona? Intanto parliamo di queste cose. Poi scenderemo nel dettaglio per descrivere l’assetto cognitivo più funzionale.

Se te lo sei perso, nel contenuto precedente ho descritto i fattori facilitanti ed ostacolanti nella società. Puoi cliccare qui.

Allora, cosa aiuta nella persona:

Anche la persona dispone di fattori facilitanti e fattori ostacolanti la sua integrazione sociale.

Ognuno di noi quando nasce comincia ad organizzare le proprie risorse e prova ad acquisire quelle mancanti o non sufficienti. Ad un certo punto della nostra vita competeremo per una migliore integrazione possibile. I fattori facilitanti saranno quindi le risorse disponibili e non solo economiche.

Risorse psico-fisiche (mente e corpo), strutturali, strumentali, sociali, normative, …

Il ragionamento sulle risorse individuali necessarie alla propria integrazione gioca un ruolo chiave nella percezione dei migranti: lo vedremo.

Rispondendo in automatico, la maggior parte dei migranti pensa che le risorse necessarie per integrarsi sono i soldi ed i documenti.

Domanda tradotta al posto di “cosa ti serve per integrarti” = “cosa ti serve per vivere in Italia bene?”.

Seconda domanda: “quindi secondo te, con i documenti sei pronto per vivere in Italia?”; -” SI”.

Trascurando, spesso, addirittura un buon apprendimento della lingua italiana.

Sicuramente se arrivassi con un milione di euro in Inghilterra, avrei maggiori possibilità di integrarmi, ma se non imparassi l’inglese non mi integrerei mai davvero.

Per questo, dal mio punto di vista i centri d’accoglienza, offrono l’opportunità ai migranti di preparare la propria integrazione riducendo il rischio di disagio nel lungo periodo sia nell’individuo che nella società. Ma ormai abbiamo capito che la nostra società ha scelto l’altra opzione. A prescindere da ogni morale adottata. In questo momento la nostra società ha scelto di risparmiare qualche costo nel breve termine trascurando gli eventuali disagi più costosi che avrà nel lungo periodo.

A differenza dei migranti, per noi, che nasciamo nella società che nella maggior parte dei casi intendiamo abitare, è tutto un po’ più facile- Non necessariamente però chi nasce in Italia si integra meglio di uno che in Italia ci arriva successivamente. Partire avvantaggiati non necessariamente coincide con l’arrivare.  Quello che molti trascurano sono i possibili livelli di integrazione: dal locale all’internazionale. Quanti Siciliani non sono mai usciti dal proprio quartiere? Quanti Siciliani possiedono bassissimi livelli di consapevolezza del contesto che abitano? Ecco, pure i migranti hanno un basso livello di consapevolezza del posto che abiteranno. Ma questo si cambia facilmente.

Un importantissimo fattore facilitante l’integrazione sociale è invece il senso di autoefficacia personale.

Il senso di auto-efficacia è una credenza generativa circa la sensazione di poter fare qualcosa con buoni risultati. So giocare a calcio? So studiare? So fare il giardiniere? Ecc…

Un senso di auto-efficacia positivo è necessario per favorire una buona prestazione. Purtroppo non posso fare a meno di notare un senso di autoefficacia irragionevolmente alto nei richiedenti asilo. Alcuni richiedenti asilo sovrastimano le loro abilità e pertanto non approfittano degli spazi formativi. Tecnicamente questa cosa si chiama overconfidence. “Sono forte. Sono pronto. Fatemi uscire”. Non sono stati rari i colloqui in cui chi avevo davanti mi diceva di essere un falegname, un meccanico, un  muratore, un idraulico, ecc…ecc…ecc… e non era raro che mi dicevano di essere davvero molto competenti. Magari ci credevano pure ed erano molto sinceri. Il problema è che non c’è una conoscenza diffusa degli standard europei. Cosa significa fare il falegname in Europa? Quali attrezzi si usano in Europa? Quali sono le tecniche utilizzate in Europa? E gli stili? Adesso non dirmi che conosci un falegname bravissimo Nigeriano. Pure io lo conosco. Lo conosco pure che è riuscito a fare sintesi di stili, ma forse conosciamo lo stesso. Quanti sono tutti gli altri?

Gli ostacoli comuni

Persone e società condividono Euristiche.

Le euristiche sono scorciatoie del pensiero che ognuno di noi utilizza ogni qual volta deve prendere decisioni in condizioni di incertezza.

Col fenomeno migratorio le euristiche generate ostacolano sia la prestazione individuale, sia sociale.

Ogni decisione consegue spesso in un comportamento.

Kanheman, psicologo e premio Nobel per l’economia, ha evidenziato e descritto qualche euristica.

Ogni qual volta un abitante riflette sulla possibilità di potersi integrare, in modo automatico ed inconsapevole utilizza euristiche.

Ogni qual volta la società decide se è possibile integrare nuove tipologie di abitanti, in modo automatico ed inconsapevole, utilizza euristiche: l’euristica della disponibilità e l’euristica della rappresentatività.

Queste due sono alla base della formazione del pregiudizio.

Daniel Kahneman descrisse singolarmente e rigorosamente le Euristiche.

Dimostrò con brillanti esperimenti che i comportamenti e le decisioni delle persone violano in modo sistematico e prevedibile alcuni principi di razionalità.

In Italia, ci sono più persone che possiedono una FIAT o una Maserati? Sicuramente ci sono più persone che possiedono una FIAT.

Lo sappiamo perché automaticamente facciamo una stima grazie alla facilità con cui recuperiamo immagini dalla nostra memoria. Generalizzando la nostra esperienza abbiamo maggiore “disponibilità” di episodi che ci fanno predire la risposta senza un’analisi accurata.

Per esempio, In Italia, muoiono più donne di Diabete o di cancro al seno? Adesso sappiamo di cosa stiamo parlando ed in modo contro-intuitivo diremmo di Diabete. Ma in qualche modo il nostro cervello ci suggerirebbe di cancro al seno. In sé la parola cancro evoca la parola morte e ci è più facile recuperare dalla nostra memoria episodi di persone che muoiono di cancro piuttosto che di persone che muoiono di diabete: anche perché se muoiono di Diabete non lo sappiamo. Una morte di Cancro si divulga meglio. Come un incidente aereo piuttosto che un incidente automobilistico. Per questo si ha più paura dell’andare in aereo che dell’andare in macchina: anche se in entrambi i casi non saremo noi a guidare.

La disponibilità dipende dalla facilità con cui si recuperano le informazioni nella nostra memoria e per questo influisce positivamente sulla formazione dei pregiudizi, perché ci dà risposte ancor prima di una corretta valutazione e a grandi linee può anche funzionare.

Il pregiudizio discriminante purtroppo fa incorrere in errori non solo morali ma anche prestazionali.

Facciamo finta che siete imprenditori e vi serve un importante braccio destro. Chi prendereste? Un indiano o un milanese? Probabilmente un milanese perché nell’immaginario collettivo i milanesi sono uomini d’affari mentre gli indiani lavano le scale. Non sapendo che in questo momento l’india è un paese pieno di menti.

Oppure è facile ricondurre gli immigrati clandestini al rango di stupratori nel momento in cui le cronache non perdono occasione di raccontare immediatamente ogni qual volta un tunisino stupri una ragazza Italiana, eppure è molto più probabile che una ragazza Italiana venga stuprata dallo Zio.

Cos’è più probabile che esca lanciando un dado:

  • Pari, pari, pari, pari;
  • Pari, dispari, dispari, pari, dispari.

Molti direbbero la seconda sequenza perché appare più casuale. Eppure è molto più probabile che esca la prima essendo composta da quattro lanci e non da cinque come nella seconda.

Si stima la seconda come più probabile per il semplice fatto che nei giochi d’azzardo le sequenze senza ripetizioni e senza prevedibilità sono maggiormente frequenti nella nostra memoria.

Un Italiano ben vestito, ben pettinato, con un buon orologio è percepito più affidabile di un tunisino con un buon vestito, ben pettinato, con un buon orologio e laureato in economia.

In poche parole a parità di condizioni oggettive un immigrato deve maggiormente mostrare il proprio valore per essere apprezzato.

Per il nostro lavoro quindi è importante sapere che un immigrato a parità di abito, di lavoro, di numero di figli, di religione, ecc… dovrà comunque fare i conti con maggiori quote di pregiudizi. È nella natura delle persone.

Cos’è invece una balena? Un pesce o un mammifero? Sono sicuro che tu lo sai ma quanti direbbero che è un pesce?

Adesso prova a chiudere gli occhi e immagina un tavolo. Fatto? Ha quattro gambe? E perché, non ne esistono con 3? Con supporto centrale? Con sei? Certo che sì, ma facilmente immaginiamo il tavolo più rappresentativo.

Ecco perché se pensiamo ad un Romeno lo immaginiamo come extracomunitario e se invece pensiamo ad uno Svizzero no.

Praticamente extracomunitario per noi significa arrivato in Italia per motivi lavorativi, possibilmente in difficoltà economica, un umile lavoratore e propenso al crimine.

Praticamente l’Euristica della “rappresentatività” non fa altro che farci associare caratteristiche simili ad oggetti simili. Ovvero decidere la probabilità o la frequenza sulla base della similarità.

Probabilmente l’esempio più celebre è il problema di Linda (Tversky e Kahneman del 1983).

Mi permetto di riportarlo così come descritto nel libro di Psicologia del giudizio e della decisione a cura di Bonini, del Missier e Ruminati.

Linda ha trentun anni, è single, schietta e molto brillante. Ha una laurea in filosofia. Quando era una studentessa, era molto interessata ai temi della discriminazione e della giustizia sociale e ha partecipato anche a dimostrazioni antinucleari.

Cosa fa Linda ora?

  • Linda insegna in una scuola elementare;
  • Linda lavora in una libreria e prende lezioni di Yoga;
  • Linda è attiva nel movimento femminista;
  • Linda è un operatore di psichiatria sociale;
  • Linda è membro della lega delle donne elettrici;
  • Linda è impiegata in una banca;
  • Linda vende assicurazioni;
  • Linda è impiegata in una banca ed è attiva nel movimento femminista.

Un gruppo di partecipanti doveva ordinare gli otto esiti in base alla loro probabilità e un secondo gruppo doveva ordinarli in base alla loro rappresentatività/similarità (il grado di somiglianza tra Linda e il membro tipico di quella classe).

La correlazione tra giudizi di probabilità e similarità medi relativi agli otto esiti era praticamente perfetta, un risultato compatibile con l’ipotesi che le persone giudichino la probabilità sulla base della similarità.

Il problema di Linda divenne famoso perché la maggioranza dei partecipanti (89%) valutò l’esito <<Linda è impiegata in una banca ed è attiva nel movimento femminista>> più probabile dell’esito <<Linda è impiegata in una banca>>. Questa valutazione è una violazione di uno dei principi fondamentali della teoria della probabilità, quello dell’”estensionalità”, ed è nota come la “fallacia della estensionalità”. In poche parole, un esito più specifico, Linda lavora in banca ed è attiva nel momento femminista, non può essere più probabile di uno meno specifico: Linda lavora in banca è basta. Infatti quando un esito più specifico è vero anche quello meno specifico è vero. Einstein non può essere più simile ad uno scienziato che ad un essere umano. (Psicologia del giudizio e della Decisione a cura di Nicolao Bonini, Fabio del Missier e Rino Rumiati; edizione il Mulino).

Adesso è tutto un po’ più chiaro. Ne sono sicuro.

Ed il senso di Autoefficacia? Cos’è. Come viene influenzato?

Abbiamo già detto che il Senso di Autoefficacia è una credenza personale circa le proprie abilità e le proprie possibilità.

Probabilmente il principale teorico e studioso al riguardo è Alfred Bandura.

Descrive il senso di autoefficacia come determinato da quattro fonti di informazioni:

  • Le esperienze comportamentali dirette;
  • Le esperienze osservate negli altri;
  • La persuasione verbale;
  • Gli stati fisiologici ed affettivi.

In letteratura sono considerati diversi “sensi di auto-efficacia”, lavorativo, sociale, scolastico, ecc…

Io ammetto di avere avuto difficoltà, perché in questo caso specifico ci serve osservare, capire, descrivere e modificare il senso di auto-efficacia personale nel processo integrativo ed i quattro fattori sopra sono distorti dalle precedenti esperienze avute in differenti contesti.

Il Locus of control o centro di controllo personale, in psicologia è definito quasi come un tratto di personalità che determina la percezione della causa del nostro successo o insuccesso, ovvero, quanto le cose dipendono da noi e quanto dipendono da motivi fuori dal nostro controllo.

È ormai ampliamente documentato che a parità di condizioni chi possiede un locus of control interno ha maggiori possibilità di ottenere vantaggi, ricompense maggiori e nel minor tempo rispetto a chi ha un locus of control esterno.

Ad esempio, due professionisti, con stesso voto di laurea, stessa famiglia di origine, stesso numero di relazioni ecc… ma con locus of control l’uno interno, l’altro esterno avranno risultati molto diversi tra loro in ambito lavorativo. Chi l’ha interno è facile intuire che si mobiliterà molto di più di chi l’ha esterno che si fermerà ad aspettare la fortuna o la raccomandazione giusta.

Un intervento per favorire l’inclusione sociale non può trascurare pertanto la manipolazione di tutte quelle credenze limitanti o generative.

Se sono un Tunisino che conosce solo tunisini ai semafori maturerò la convinzione che la mia vita sarà al semaforo. Se vedo un Tunisino che è riuscito a costruirsi nuovi motivi vitali comincerò a maturare l’idea che si può fare e che anche io lo posso fare. Per questo è stato girato IMMAGINE DAL VERO.

Dovremmo aver ormai capito che:

l’integrazione è una prestazione sociale e come ogni prestazione significa che non succede ma che la facciamo succedere.

Non c’è prestazione al di fuori di un contesto.

Il contesto non è solo esterno a noi ma anche interno. I nostri bisogni primari e secondari sono anche contesto.

Variabili prestazionali

Su tutte le variabili prestazionali elencate di seguito sarà pertanto possibile intervenire affinché la prestazione si modifichi per avere migliori risultati o peggiori risultati.

La motivazione:

La motivazione è definibile come l’energia investita dagli individui nella prestazione. È il “perché gli individui si comportano come si comportano”.

Come sappiamo tutti, uno dei primi e principali studiosi sistematici della motivazione è stato Maslow. Sembrerà ormai banale, ma non è possibile trascurarlo. Anche perché tutti sappiamo a memoria sta cosa però poi divento pazzo quando qualcuno non la capisce.

Maslow intuì che ogni individuo ha interiorizzato in modo prevedibile la necessità di soddisfare una scala di bisogni attraverso delle priorità prestabilite:

  • Bisogni fisiologici;
  • Bisogni di sicurezza;
  • Bisogni relazionali;
  • Bisogni di affetto e stima;
  • Bisogni autorealizzativi.

Attraverso un processo di integrazione individuale adeguato sarà per tutti possibile permettere alla società di soddisfare i nostri bisogni efficacemente.

Il problema è che, pochi si preoccupano di integrarsi se hanno fame o hanno dormito poco, se riuscissero ad integrarsi però mangerebbero meglio e riposerebbero di più.

Facciamo un ripasso veloce:

Maslow descrisse come gli abitanti di questo pianeta se non soddisfano adeguatamente i loro bisogni fisiologici, per nulla o poco si preoccupano di essere stimati o di fare nuove conoscenze. Se ho davvero fame, poco mi preoccupa di essere chiamato ladro al supermercato. Se mi sto facendo addosso, poco mi preoccupa di andare dietro un albero e preoccuparmi di essere visto. Allo stesso modo, se mi sento insicuro, perché oltre a soddisfare i miei bisogni fisiologici, riesco ad avere qualcosa da proteggere, poco mi importa di fare nuove conoscenze. Ad un certo punto, se ho un equilibrio psicofisiologico allora le persone si preoccupano di non rimanere sole e solo quando avranno un numero sufficiente di relazioni si preoccuperanno di essere stimate.

Ad un certo punto quando le persone si sentono sufficientemente apprezzate, allora cominciano a preoccuparsi di realizzare i loro desideri più complessi rischiando di perdere qualche compiacenza o lusinga.

Pertanto, quando facciamo un qualsiasi intervento per favorire l’integrazione, dobbiamo chiederci, le persone che abbiamo davanti, in quale posizione della scala si trovano? Perché se hanno fame, sarà praticamente impossibile riuscire a fargli comprendere l’importanza che ha che riescano a farsi apprezzare in società.

Per questo motivo alcune città del sud Italia, si stanno riempiendo di parcheggiatori abusivi e imbustatori di spesa.

Quei “lavoretti” gli permettono di soddisfare i loro bisogni primari e se non sono “sicuri” di poterlo fare anche l’indomani se ne fregano di essere mal visti o di fare amicizia. Eventuali atteggiamenti ostili sono determinati dal bisogno di difendere quella piccola certezza.

Successivamente McClelland con la sua teoria del successo, identificò col bisogno di “riuscita” la chiave per leggere la motivazione dei nostri comportamenti. Sinteticamente le persone sono motivate ad avere potere, affiliazione e successo per evitare dipendenza, isolamento e fallimento.

Ad un certo punto, le cosiddette teorie di processo si sono concentrate sulla motivazione alla singola prestazione.

Vroom ad esempio si dedicò a comprendere quando gli individui si mobilitano per la ricompensa. Non basta volere una cosa per fare qualcosa.

Volere una ricompensa significa che la ricompensa ha VALENZA per noi. Quando proponiamo una qualsiasi ricompensa che sia l’apprendimento dell’Italiano o l’integrazione, non basta che il risultato sia desiderato.

Le persone non si impegneranno se non hanno adeguato aspettative di successo e non hanno abbastanza fiducia in chi promette la ricompensa.

Praticamente se non credo di poter imparare l’Italiano, non mi impegnerò. Ma non mi impegnerò neanche se pur credendo di potercela fare non ho abbastanza fiducia in cui mi promette gli eventuali vantaggi. In questo caso se non nutro abbastanza fiducia nella società, perché dovrei impegnarmi in atti che non mi consentirebbero i livelli di benessere auspicati?

Tutti ci ricordiamo delle raccolte punti nelle confezioni di merendine. Ma quand’è che ci impegnavamo davvero nella raccolta: quando volevamo il regalo; quando con i nostri calcoli prevedevamo di riuscire a raccoglierli in tempo; ma soprattutto quando attribuivamo fiducia a chi proponeva il regalo. L’azienda affermata ha più probabilità di coinvolgere la gente nella raccolta, perché la gente pensa: “se raccolgo i punti, X garantirà le promesse”.

Gli immigrati devono quindi credere che se si impegneranno, la società sarà abbastanza affidabile da garantire lo stesso livello di integrazione e uguaglianza di chi immigrato non è.

Conseguentemente rientra la teoria di Adams.

Secondo Adams, un fattore determinate per la prestazione è la cosiddetta “equità percepita”.

Se io penso che a parità di prestazione di Y, non sarò ricompensato come Y allora non avrò la stessa prestazione.

Ed inoltre, secondo il principio di “equità organizzativa” se Y fa meno senza essere sanzionato anche io a lungo termine farò meno.

Il problema dell’integrazione, non è pertanto riconducile alle responsabilità dell’individuo, ma anche alle responsabilità della società di garantire equità e giustizia.

Non meno importante è Locke che con la sua teoria del Goal Setting ha descritto come gli individui si impegnano per raggiungere i loro obiettivi.

Da Locke in poi tutti ci dicono: “devi avere obiettivi” anche se non sanno cosa significa.

Locke ci ha fatto capire che l’obiettivo proposto deve essere percepito come di valore e che dobbiamo pensare di potercela fare col giusto sforzo ed in tempi ragionevoli.

Nel caso dell’integrazione sociale, è pertanto importante far comprendere che l’integrazione potrebbe pure avvenire alla generazione successiva, ma che gli attuali immigrati saranno in gran parte responsabili dell’integrazione dei loro figli.

In questo modo attribuiamo Valore!

Ciò che non bisogna trascurare è una prestazione partecipata.

La partecipazione è una fortissima leva motivazionale.

Ormai gli studi di comunità hanno ben delineato come il senso di appartenenza ad una comunità non sia determinato solo dal fatto che la comunità dia, ma anche dal fatto che la comunità possa ricevere.

Tutti noi ci sentiamo parte di qualcosa soprattutto se veniamo presi in considerazione quando ci esprimiamo circa il destino di qualcosa e possiamo influenzarlo.

La qualità della partecipazione è pertanto influenzata dal “commitment” ovvero dal tipo di coinvolgimento. Il commitment descrive la natura del legame affettivo tra noi e la società o tra noi e l’organizzazione X.

Questo legame può essere affettivo, normativo o di permanenza. Se affettivo faccio una cosa perché voglio e perché mi piace. Se è normativo faccio una cosa perché devo. Se è di permanenza faccio una cosa perché è giusto, perché è sempre stato così.

Un impiegato di un’azienda X avrà prestazioni diverse se pensa che deve lavorare perché gli piace quel lavoro, se pensa che deve solo rispettare un contratto o che è lì perché è sempre stato lì perché era l’azienda del padre.

Secondo me lo stesso vale per gli abitanti della società.

La soddisfazione

La soddisfazione è uno stato emotivo piacevole (emozione) risultante dalla percezione (cognizione), della propria attività (comportamento).

La soddisfazione è quindi il risultato di tre cose, di emozioni, di cognizioni e di comportamenti.

Se credo di aver fatto bene quello che dovevo fare allora sono soddisfatto.

Quando mi sento soddisfatto la prestazione successiva sarà probabilmente migliore perché maggiormente motivata dal risulto e dal piacere atteso e dalla voglia di risperimentarlo.  Poi vi racconterò di un piccolo esperimento che ho fatto con dei richiedenti asilo finalizzato a far sperimentare ai partecipanti soddisfazione.

La soddisfazione è influenzata a sua volta:

  • dalle caratteristiche cognitive perché come abbiamo detto dipende dalla nostra percezione. Magari penso di fare male una cosa che faccio bene e non sarò soddisfatto;
  • Dalle caratteristiche della società che mette i suoi standard comportamentali;
  • dalla dimensione emotiva attuale perché l’umore di partenza impatta sul livello della soddisfazione.

La soddisfazione pertanto ha origine dal confronto tra le ricompense attese e le ricompense ricevute ed inevitabilmente non può fare a meno del confronto con gli altri.

Caratteristiche personali

Non bisogna trascurare e sottovalutare le caratteristiche personali.

La prestazione di ognuno di noi è determinata dalle proprie caratteristiche personali, non tutti possiamo fare la stessa cosa e raggiungere gli stessi risultati.

Abilità cognitive, personalità, livello di intelligenza, Interessi e valori, influenzano la nostra prestazione.

Fortunatamente in una prestazione complessa come l’integrazione confluiscono molteplici possibilità, alternative ed opportunità per poterla agire in modo adeguato assecondando i risultati attesi dalla società.

Ma se come abbiamo precedentemente detto, alcuni valori consolidati e rigidi acquisiti contrastano con i valori attesi dalla società, allora l’integrazione sarà impossibile.

I professionisti del settore sanno che modificare la personalità ed i valori di una persona è una cosa molto difficile.

Le differenze individuali pertanto esercitano un’influenza sui comportamenti che le persone manifestano nel corso della loro esperienza.

Le abilità cognitive descrivono il modo in cui le persone acquisiscono conoscenze e risolvono i problemi.

Tutti noi siamo il risultato di tutto quello che abbiamo imparato ed il prodotto delle nostre decisioni.

La personalità è il modo abituale di un individuo di fare esperienza. Se io sono estroverso, tendenzialmente, nel relazionarmi sarò sempre vivace, viceversa se sono introverso nella relazione sarò riservato e ritirato.

Gli interessi sono la preferenza manifestata da una persona verso particolari ambienti, società e attività ma vi risparmio i dettagli.

Come abbiamo detto i valori sono definiti come convinzioni e credenze in virtù dei quali le persone ritengono giusto o sbagliato agire in un modo piuttosto che in un altro. Si possono riassumere in valori teorici, economici, estetici, sociali, politici e religiosi. Vi rimando ad altri contenuti del blog. Mabbuttò.

Queste cose le utilizzavo insieme ai miei colleghi del job center del CARA di Mineo per orientare gli ospiti verso le attività a loro più congeniali.

Continua…

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